BILBAO - Un esercito di mezz’uomini ridenti, hobbit di una circense terra di mezzo da terzo millennio, dall’inquietante ilarità stampata fissa sulle labbra e dagli occhi vagamente asiatici. Una parata di creature freaks, tra nani, pupazzi da ventriloquo, uomini-trottola, ballerine o pseudo-dervisci di ancestrale memoria e misteriosamente asessuati. Figurine borderline di ometti senza qualità che sembrano usciti da una piéce di Samuel Beckett, fossilizzati in movimenti vacui e situazioni alienanti. Sono loro i protagonisti principali, invasori cordiali e mansueti anche se votati al turbamento per la loro estetica grottesca ed enigmatica, della grande retrospettiva che il Guggenheim Museum dedica fino al 5 ottobre a Juan Muñoz, spagnolo di Madrid, classe ‘53, scomparso sette anni fa a Ibiza, considerato ormai uno dei più interessanti, se non intriganti, scultori contemporanei della scena internazionale, insignito nel 2000 del prestigioso premio Nacional de Artes Plásticas, diventato famoso soprattutto per le sue figurine di “pupazzetti sempre in piedi” intagliati nel legno o colati in bronzo o resina, piccole grandi figure avvinte dal senso costante di fragilità, instabilità e anomalia con cui sembrano espandersi ora, nelle sale del secondo piano del grande museo basco.
La rassegna, curata da Sheena Wagstaff, punta ambiziosamente a raccontare la breve ma intensa produzione di questo artista assai poco convenzionale e arditamente concettuale, dove la concezione di scultura è solo il punto di partenza per un viaggio trasfigurante nelle potenzialità teatrali dell’installazione. Perché il vero segreto del successo di Muñoz, magnificamente espresso dalla mostra, è l’aver intuito quanto sia importante la tensione tra l’illusione e la realtà. Un confine assai labile seppur emblematico nella tradizione artistica, con cui Muñoz sa astutamente giocare d’azzardo sfoderando trucchi illusionistici portentosi per allestire vere e proprie mise es espace in cui lo spazio espositivo coinvolto - “questo enigma assoluto che chiamiamo spazio” come ebbe a dire l’artista - diventa il controverso confine tra la dimensione dello spettatore e quella della rappresentazione. Nei lavori di Muñoz, infatti, il piano della rappresentazione e quello dello spettatore si confondono e si sovrappongono, alimentando un “teatro dentro il teatro” in cui il visitatore si ritrova a tu per tu con una galleria di personaggi inquietanti. Attore-fruitore tra attori dalle bizzarre performance.
E la mostra è trasfigurata in un vero e proprio spettacolo da metateatro. Ottanta lavori scavano nell’anima creativa di Juan Muñoz, spagnolo sì, ma di respiro anglosassone, diviso tra Londra e New York dove ha studiato e dove ha maturato il suo carattere espressivo, prima guardando con predilezione all’architettura, poi scegliendo la strada più outsider da artista. A partire dagli inizi, a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, quando debuttava a Madrid con opere in ferro e legno che evocavano strutture frammentarie di elementi architettonici, come scale, ringhiere o verande, balconi o corridoi, condizionandone la morfologia personale, trasformandole in piccoli scenari decontestualizzati e privati della loro logica comune perché impossibilitati a svolgere la loro funzione razionale. Alla fine degli anni Ottanta il gusto per la messinscena, per la teatralizzazione del messaggio artistico, comincia ad animarsi di lavori dove il concetto di “spazio abitabile” diventa la principale tematica della sua ricerca.
Muñoz demiurgo comincia a plasmare le sue creature, i suoi “pupazzetti” che nella coralità seriale della loro riproduzione, finiscono per evocare un senso di solitudine dell’individuo nella società contemporanea. Si guardano allo specchio, si abbracciano, affollano angoli di stanza, suonano impassibili strumenti musicali, o semplicemente sono presenti. Gli homini ridentes di Muñoz sono infagottati in lunghe casacche, gli sguardi inebetiti, a tratti assorti in un sorriso misterioso quasi a rubare l’eleganza ieratica dei volti etruschi. Ma vivono in funzione dello spazio, ne hanno una necessità vitale, famelici di un ambiente vuoto e libero in cui affermare la loro personalità pietrificata. Spiccano poi gli uomini-trottola, spettrali creature la cui parte inferiore sembra fagocitata in un’enorme bolla-trappola, metà gioco infantile, metà umanità alienata, che prelude ad un dondolio vacuo e involontario, ma che non comporta nessuno spostamento. Il modellato sapiente del bronzo evoca una natura d’argilla grezza e antica.
Un senso di nausea esistenziale avvolge letteralmente queste figure che ne fanno un manifesto dell’anima creativa di Muñoz. Nella seconda metà degli anni Novanta, poi, i suoi lavori intensificano il carattere sperimentale, scegliendo formati assai inediti per una tradizione da scultore come quella di Muñoz. Ecco le opere radiofoniche, le trasmissioni in diretta, i film, i dischi, gli interventi sonori, tutte nuove strategie per alimentare la tensione vitale e fondamentale tra illusione e realtà. Installazioni ambientali al limite del paradosso che coinvolgono lo spettatore costringendolo a fare i conti con la propria intimità. L’arte di Muñoz diventa meno spettacolare visione da condividere e più una seduta psicanalitica.
Notizie utili - “Juan Muñoz. Retrospecvtive”, dal 27 maggio al 5 ottobre. Guggenheim Museum, Bilbao, Spagna.
Orari: martedì-domenica, 10-20, lunedì di agosto 10-20 (per il resto dell’anno chiuso).
Informazioni: Tel. 34944359008; fax: 34944359059.